Abbiamo tutti ben chiare le difficoltà per i giovani nella loro ricerca del lavoro ed il territorio torinese continua comunque ad essere uno dei luoghi del nord Italia con il tasso di disoccupazione giovanile più elevato.
La riflessione che sta emergendo attorno all’osservazione dei risvolti per i giovani di non fare esperienza di lavoro, va ben oltre al tema di dare possibilità di autonomia o di costruirsi un futuro con le proprie mani. Il complesso rapporto tra i giovani e il lavoro non è facilmente risolvibile perché richiede un approccio costituito da più dimensioni ed ognuna di queste va affrontata con strumenti differenti. Non credo che riuscirò a fare una analisi esaustiva che probabilmente lascerò anche a successivi articoli, ma proverò a guardare il tema attravero tre punti di vista differenti: la formazione, l’educazione, la responsabilità sociale delle imprese. E dopo questo cercherò di delineare almeno un orizzonte operativo.

Il primo elemento è legato proprio al mio mestiere: la formazione. Mi è sempre più evidente, anche con i giovani della formazione professionale, il fatto che la formazione tecnico-professionale che stiamo proponendo addestrerà i nostri allievi ad un lavoro che noi non conosciamo ancora; e se è evidente per i nostri giovani lo è ancor di più per gli studenti universitari che si ritrovano a seguire corsi che li addestreranno ad un lavoro che è ancora da inventare. Come muoversi in questo contesto? Quali competenze formare? Ragionando con alcune aziende più “illuminate” sta emergendo che tre sono le competenze sulle quali sarà necessario confrontarsi in futuro: la capacità di lavorare in gruppo, la resilienza e la capacità di apprendimento continuo. Sono sempre convinto dell’importanza di insegnare la tecnica di un mestiere, ma accanto a questa risulta importante far nascere la passione per l’apprendimento affinchè le tecniche insegnate possano evolversi proprio attraverso le persone che ne sono portatrici. Con alcune aziende riflettevo sul fatto che alcune competenze tecniche possono essere acquisite in qualche settimana di pratica arricchita da qualche documento pescato qua e là sul web, ma la capacità di lavorare in gruppo quella no…quella non si insegna come una semplice tecnica. Il formatore sta pian piano cambiando il suo ruolo: da depositario della tecnica professionale in grado di “travasare” le sue competenze ai discenti, a facilitatore in grado di far emergere e allenare le competenze presenti nei nostri giovani attraverso lo strumento della professione.

Il secondo elemento: l’educazione e la crescita valoriale dei nostri giovani. A partire proprio dall’articolo 4 della nostra Costituzione emerge evidentemente che il lavoro non è solo strumento per il sostentamento economico e per il mantenimento di una vita decorosa e decente, ma è anche mezzo per affermare la propria personalità e dignità all’interno della società. Insomma, il lavoro implica una dimensione materiale e una spirituale perchè come ci ricorda l’art.4 il lavoro rappresenta anche una dimensione sociale e collettiva, in quanto veicolo di cittadinanza e primo mezzo per l’edificazione del bene comune: con il lavoro di ciascuno si contribuisce quotidianamente al benessere sociale di una comunità. A questo proposito allora mi chiedo se in un periodo di assenza di opportunità lavorative compensato da numerose opportunità di apprendimento attraverso la formazione classica, non rischiamo di rinchiudere i nostri giovani in una nicchia senza altre esperienze, se non quella dello studio. Sono convinto che IL LAVORO EDUCA e fa crescere le persone anche nell’interpretazione e formazione sui valori, ma se scompaiono le opportunità di esperienze, anche brevi, di lavoro chi o cosa compenserà questa assenza di opportunità educativa? Per i nostri giovani l’opera delle loro mani, l’artigianato, i lavori semplici, il servizio, non sono solo modi differenti per guadagnarsi qualche soldo da spendere nel tempo libero, ma sono opportunità di crescita personale verso un lavoro che sarà comunque diverso da quello che stanno facendo. Forse l’alternanza scuola-lavoro che si sta sperimentando in questi anni ci porterà a questo orizzonte, ma non riuscirà nel suo intento se quell’esperienza sarà interpretata come un dovere necessario per la mera acquisizione dei crediti (gli adulti lo chiamano “stipendio”) piuttosto che una opportunità per accrescere le passioni e i valori necessari per ‘migliorare il mondo con l’opera delle proprie mani’.

Il terzo elemento che completa, in modo non esaustivo, il quadro delineato sono gli attori del lavoro ed il loro ruolo sociale. I due approfondimenti precedenti non richiedono solo un cambio di mentalità da parte di chi si occupa di formazione e di chi ha in carico un ruolo educativo nei confronti dei nostri giovani, ma anche da parte di chi genera lavoro. Le imprese non devono essere interpretate come luogo dove produrre servizi e ricevere in cambio denaro, l’impresa può essere reinterpretata come un luogo generatore di valori non solo economici, una impresa attenta al territorio non genera solo valore economico, e se le imprese assumessero anche un ruolo educativo? E se diventassero uno spazio dove creare opportunità di crescita personale? Questo diventerebbe un modo per guardare con occhio diverso alla “responsabilità sociale di impresa” che troppo spesso è stata interpretata come una forma di “social washing” per la quale da una parte sfrutto e dall’altra ricambio con compensazioni economiche i danni che ho fatto. Le imprese più evolute, viste le le opportunità date ai consumatori per osservarle e giudicarle, sono sempre più costrette a misurarsi con il loro ruolo sociale. E se il tessuto imprenditoriale di un territorio diventasse parte integrante della rete educativa presente sul territorio stesso?

Sapevo che non avrei completamente esaurito il tema con questi tre punti di vista, ma vorrei partire da questi tre per una linea operativa che sto provando (per fortuna non da solo…) ad intraprendere: creare occasioni di esperienza di “LAVORO CHE EDUCA” utilizzando gli attori dei nostri territori. E’ possibile far nascere esperienze di lavoro che non abbiano la finalità di inserimento lavorativo, ma che vedano come fine principale la rimotivazione, l’accrescimento della passione e dei valori nei giovani coinvolti? Io credo che ci siano gli spazi, ma è necessario operare per costruire la relazione tra tre elementi fondamentali mutuati dai tre punti precedenti: la comunità educante, i “facilitatori” e le imprese.

Marco Muzzarelli