Codice meccanografico TOCF01600C

Dalle ultime indagini del Fondo Monetario Internazionale (Inequality and Poverty
Across Generations in the European Union Jan.2018) risulta che la disuguaglianza di reddito medio nell’Unione europea (UE) è rimasta stabile dal 2007, ma uno sguardo più attento ai dati mostra che questa apparente stabilità deriva da due tendenze opposte. Da un lato, i redditi dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni hanno ristagnato dopo essere tornati ai livelli raggiunti prima della crisi economica e finale globale. D’altro canto, i redditi delle persone di età pari o superiore a 65 anni sono aumentati del 10% “in quanto le prestazioni pensionistiche erano meglio tutelate”, ha osservato il FMI in un nuovo studio.

Per ridurre il rischio che i figli degli attuali giovani diventino poveri e soffrano una perdita di reddito irreparabile, è essenziale facilitare la loro integrazione nel mercato del lavoro. Il FMI definisce che per aiutare a migliorare le prospettive di lavoro future, le azioni possono investire nell’istruzione e nella formazione, che possono aiutare i giovani a colmare il divario di competenze, in mancanza di azioni, una generazione potrebbe non essere mai in grado di recuperare con possibili conseguenze sulle disuguaglianze e sulla povertà delle nuove generazioni in Europa.

Dalle statistiche di disoccupazione giovanile risulta che oggi, quasi un giovane su cinque in Europa è ancora in cerca di lavoro.

Tra i fattori prevalenti che incidono sul divario generazionale sopra citato c’è sicuramente l’aspetto legato alla disoccupazione ed in particolare alla disoccupazione giovanile.

Come riportato dalla “Relazione speciale n. 5/2017” della Corte dei Conti Europea, la crisi economica del 2008 ha reso ancora più difficile l’integrazione dei giovani nel mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile (nella classe d’età tra i 15 e i 24 anni) è infatti cresciuto di 8,8 punti percentuali tra il primo trimestre 2008 e il primo trimestre 2013, quando ha raggiunto il livello massimo di 23,9 %. Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione per la popolazione attiva nella classe di età tra i 25 e i 74 anni è cresciuto di 3,7 punti percentuali, passando dal 5,8 % al 9,5 %, un aumento inferiore alla metà di quello registrato per la classe d’età fra i 15 e i 24 anni.

Immagine1 Oltre alle conseguenze finanziarie dirette che comportano per i giovani, i lunghi periodi di disoccupazione hanno anche un effetto negativo in termini di futura occupabilità, accresciuto rischio di povertà, esclusione sociale e ruolo nella società nel suo complesso. Inoltre, vi è il rischio di non sfruttare al meglio il talento e le competenze dei giovani.

In aggiunta, l’alto livello di disoccupazione giovanile ha un effetto negativo sulla crescita economica e sulla produttività e comporta un pesante onere economico per la società nel suo insieme. Ad esempio, molti laureati non sono in grado di trovare lavoro e non possono pertanto contribuire alla crescita economica con le proprie competenze e conoscenze. I giovani poco qualificati o con nessuna qualifica potrebbero avere difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro e potrebbero restarne esclusi o trovarsi sempre più presi in un circolo vizioso di basse retribuzioni e scarse prospettive di miglioramento.

ImmagineConfrontando le statistiche relative ai dati di disoccupazione generali ed ai dati di disoccupazione giovanile nei paesi europei, si possono evidenziare trend analoghi, ma con una distanza nelle percentuali che può arrivare fino a 20 punti percentuali a sfavore della disoccupazione giovanile. In pratica: l’età giovane aumenta le probabilità di ricadere nella categoria della disoccupazione.

Non si tratta di contrapporre una generazione all’altra, ma di costruire un’economia che funzioni per i giovani creando una base più solida per tutti, ridurre le disuguaglianze tra generazioni va di pari passo con la creazione di una crescita sostenuta e la ricostruzione della fiducia all’interno della società.

In questo contesto fanno da riferimento gli esempi della Germania, dove apprendistati e programmi di formazione hanno aiutato i giovani a rimanere sul posto di lavoro.

I dati del divario generazionale e della disoccupazione giovanile, il dibattito pubblico sul futuro del lavoro, dell’istruzione e della formazione è animato in tutta Europa.

La disoccupazione, la sottoccupazione, lo squilibrio tra offerta di competenze e domanda di lavoro, la stagnazione o, peggio, la caduta dei redditi minacciano la coesione e il modello sociale delle società europee. In un tale contesto, gli Stati membri UE hanno promosso una più stretta cooperazione in materia di istruzione e formazione professionale (VET). Nel giugno del 2016, la Commissione europea ha pubblicato una Nuova agenda delle competenze per l’Europa, nella quale ha declinato le iniziative più urgenti e necessarie per permettere all’Europa di migliorare la qualità e la pertinenza dell’offerta formativa per garantire di conseguenza accesso al lavoro e scelte lavorative più oculate.

Tra le linee di prospettiva emerse ce n’è una che punta a porre il sistema ed il modello della IFP tra le prime scelte per l’accesso al mondo del lavoro e questo può avvenire se le imprese e le parti sociali saranno coinvolte nella progettazione e realizzazione dell’IFP a tutti i livelli, come dimostrato nel “sistema duale” dell’apprendistato. Il documento “A new skills agenda for Europe – Working together to strengthen human capital, employability and competitiveness – Giugno2016” invita ad un passo in avanti l’IFP per portarla ad includere una forte dimensione di apprendimento basato sul lavoro e, ogni volta che sia possibile, associata a un’esperienza internazionale. Nello stesso documento emerge anche che l’IFP deve aumentare la sua attrattiva attraverso la fornitura di formazione di qualità ed un’organizzazione flessibile, permettendo la progressione verso l’apprendimento professionale attraverso legami più stretti con il mondo del lavoro.

L’apprendimento in contesto lavorativo (WBL),  l’esperienza internazionale ed il rafforzamento dei legami con il mondo del lavoro, diventano tre degli elementi fondamentali per agire all’interno di una situazione dove il divario generazionale rischia di condizionare le scelte per il futuro. Ritengo che far convergere questi tre elementi ed associarli ad una ricostruzione di fiducia dei giovani e con i giovani, all’interno della società, sia tra gli obiettivi principali che si dovrebbero porre i soggetti formativi. Gli operatori della formazione professionale possono avere il ruolo di agire attraverso il contesto formativo, trasformato in opportunità di apprendimento basata sul lavoro, affinchè con l’apporto delle imprese, questo apprendimento non sia esclusivamente una opportunità di avvicinamento tecnico professionale al mondo del lavoro, ma anche la possibilità di far crescere i giovani da un punto di vista valoriale restituendo loro dignità di cittadinanza. Apprendere in contesto lavorativo significa anche sperimentare le soft skills necessarie per essere cittadini del mondo oltre che lavoratori. Applicare questo apprendimento attraverso contesti lavorativi inseriti nella formazione professionale, significa anticipare l’esperienza di lavoro reale che per cause esterne, rischia di rimandare la fase di crescita ed indipendenza.

Marco Muzzarelli